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Osservatori o imputati? Le liste e le richieste di sanzioni in nome della democrazia


Lara Ballurio
Geopolitica17:58, 04 ott 2026
Osservatori o imputati? Le liste e le richieste di sanzioni in nome della democrazia

A parlare è una rete civica, con i propri criteri e le proprie valutazioni. Eppure, il linguaggio categorico delle schede rischia di far dimenticare questa natura, dando al lettore l’impressione di trovarsi davanti a un verdetto istituzionale. EPDE non è un organo dell’Unione Europea e le sue classificazioni non hanno il valore di una sentenza. Possono essere documentate e persuasive, ma devono restare discutibili, come ogni giudizio che pretende di valutare l’attendibilità altrui

Una rete civica finanziata dall’Unione Europea e dal ministero degli Esteri tedesco classifica i “falsi osservatori” e propone restrizioni. Ma quali prove sostengono le accuse? Il caso EPDE, tra giudizi sulle elezioni, fonti controverse e conseguenze personali e professionali

Prima compare il volto, poi il nome, la biografia e le dichiarazioni sulle elezioni. Ma ancora prima di leggere che cosa quella persona abbia visto o raccontato, il lettore incontra un giudizio: “fake observer”, falso osservatore. L’etichetta anticipa la valutazione delle prove e orienta la lettura dell’intera scheda. La testimonianza viene così presentata attraverso il discredito di chi la offre: prima ancora di esaminarla, siamo invitati a diffidarne.

La copertina del rapporto EPDE “Quando i funzionari elettorali diventano falsi osservatori”: già nel titolo, la classificazione che l’articolo sottopone a scrutinio
La copertina del rapporto EPDE “Quando i funzionari elettorali diventano falsi osservatori”: già nel titolo, la classificazione che l’articolo sottopone a scrutinio

È questo il primo elemento che colpisce navigando nel database Fake Observers (https://www.fakeobservers.org/fake-election-observers.html). Un archivio nato per denunciare l’osservazione elettorale politicamente orientata finisce per sollevare una questione sulla propria metodologia: chi osserva gli osservatori, e chi controlla chi li classifica? Quali elementi permettono di distinguere una missione inattendibile da una valutazione sgradita? E quando la verifica documentata lascia il posto alla delegittimazione di una persona?

Dietro quelle schede c’è EPDE, la European Platform for Democratic Elections (https://epde.org/), ossia una piattaforma europea per le elezioni democratiche. Nata a Varsavia nel dicembre 2012 dall’iniziativa di tredici organizzazioni della società civile, la rete si propone di tutelare l’integrità del voto, formare e sostenere gli osservatori e portare le loro istanze all’attenzione delle istituzioni. Nel dicembre del 2025 dichiarava di riunire diciassette organizzazioni. Il suo lavoro comprende dunque ricerca, formazione e iniziative per influenzare le politiche pubbliche: anche la classificazione dei “falsi osservatori” va letta dentro questa attività.

A parlare è una rete civica, con i propri criteri e le proprie valutazioni. Eppure, il linguaggio categorico delle schede rischia di far dimenticare questa natura, dando al lettore l’impressione di trovarsi davanti a un verdetto istituzionale. EPDE non è un organo dell’Unione Europea e le sue classificazioni non hanno il valore di una sentenza. Possono essere documentate e persuasive, ma devono restare discutibili, come ogni giudizio che pretende di valutare l’attendibilità altrui.

La questione dell’indipendenza riguarda anche chi compila le schede. EPDE dichiara di ricevere sostegno finanziario dal ministero degli Esteri tedesco e dall’Unione Europea. È una relazione che merita di essere esaminata con lo stesso rigore riservato ai legami degli osservatori censiti, chiedendosi se e come possa incidere sulle priorità della ricerca, sulla scelta delle missioni e sulle fonti considerate autorevoli. La trasparenza perde credibilità quando diventa una richiesta rivolta soltanto agli altri.

La pagina iniziale di Fake Observers, il database di EPDE: la figura di un burattino accompagna l’etichetta di “falsi osservatori”, suggerendo una dipendenza politica prima ancora di aprire le schede
La pagina iniziale di Fake Observers, il database di EPDE: la figura di un burattino accompagna l’etichetta di “falsi osservatori”, suggerendo una dipendenza politica prima ancora di aprire le schede

Nelle pagine dedicate agli italiani compaiono Pino Cabras, Andrea Lucidi, Stefano Valdegamberi e il compianto Giulietto Chiesa, la cui scheda riguarda missioni del passato. Accanto a loro figurano parlamentari collegati all’osservazione elettorale in Azerbaigian, come Rossana Boldi e Salvatore Caiata. L’archivio abbraccia dunque esperienze che vanno oltre i rapporti con Mosca, riunendo sotto la stessa etichetta persone con ruoli, percorsi e attività differenti: distinzioni che dovrebbero trovare spazio anche nel giudizio sul loro operato.

Il termine “falso” le comprime. Nel linguaggio comune richiama un’identità inventata, un documento contraffatto, una finzione dimostrabile. EPDE lo utilizza invece per una categoria più ampia, quella dell’osservazione politicamente orientata. Una scelta lessicale tutt’altro che innocua: essere accusati di una valutazione parziale e venire presentati come falsi osservatori non produce lo stesso effetto sul lettore.

La metodologia di EPDE parte da esigenze ragionevoli: chi osserva un’elezione deve spiegare come ha lavorato, quali limiti ha incontrato e quali eventuali conflitti d’interesse potrebbero condizionarne il giudizio. Visitare pochi seggi, del resto, non basta a proclamare l’impeccabilità di un intero sistema.

Il terreno diventa più scivoloso quando tra i criteri di EPDE compare anche la mancata denuncia delle carenze democratiche segnalate dall’OSCE/ODIHR o dagli osservatori locali indipendenti. L’ ODIHR — Office for Democratic Institutions and Human Rights (https://odihr.osce.org/odihr/elections/43734), ossia Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani — è l’istituzione dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che si occupa di elezioni democratiche e diritti umani.

Tra i criteri rientra anche un giudizio favorevole sulle elezioni che contraddica quelle valutazioni. Secondo la metodologia pubblicata, per essere classificati come “falsi osservatori” è sufficiente soddisfare uno dei criteri elencati, purché la presenza della persona sia confermata da un’immagine o da una dichiarazione riportata dai media.

È qui che la verifica rischia di diventare un controllo di conformità: il lavoro dell’osservatore viene valutato anche in base a quanto le sue conclusioni coincidano con quelle delle organizzazioni assunte come riferimento. Chi esprime un giudizio diverso rischia così di essere screditato prima ancora che siano esaminate le prove su cui si fonda.

Quel giudizio può certamente essere sbagliato, superficiale o condizionato da interessi politici. Per dimostrarlo, però, occorre confrontare i fatti raccolti, il metodo utilizzato e i limiti dell’osservazione. L’autorevolezza di una missione strutturata dà peso alle sue conclusioni, ma non le sottrae alla discussione. Pretendere che un osservatore arrivi allo stesso risultato significa chiedergli adesione, non indipendenza.

Per raccogliere le informazioni, EPDE ricorre all’OSINT (Open Source Intelligence), cioè all’analisi di fonti pubblicamente accessibili. Utilizza anche i media statali russi, bielorussi e azeri, ma ne riconosce l’attendibilità soltanto per confermare la presenza degli osservatori. Quando emergono dubbi su una dichiarazione o sulla partecipazione a una missione, la metodologia prevede che gli interessati vengano contattati e possano fornire una replica, da pubblicare accanto alla citazione contestata. Il profilo può essere rimosso se vengono presentate prove sostanziali che documentino parole riportate in modo inesatto o una falsa rappresentazione dei fatti.

La possibilità di ottenere una rettifica tutela dagli errori, ma non basta a giustificare l’etichetta. Una dichiarazione può essere riportata fedelmente e restare insufficiente a dimostrare che chi l’ha pronunciata sia un “falso osservatore”. Il confronto deve riguardare anche le ragioni dell’inserimento nel database: esprimere un giudizio favorevole su un’elezione non equivale, da solo, a falsificarne il racconto.

L’ODIHR, l’Ufficio dell’OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani, descrive un’osservazione estesa alla legislazione, alla campagna, ai media, ai ricorsi, al voto e allo scrutinio. L’elezione, giustamente, non si esaurisce nella giornata delle urne.

Questo vale in entrambe le direzioni. Un seggio ordinato non certifica la competitività del sistema; una critica al sistema non rende falsa ogni testimonianza su quel seggio. Nel caso russo va inoltre separata la valutazione delle elezioni interne dalla questione giuridica del voto nei territori ucraini sotto controllo di Mosca. L’osservazione non risolve una controversia territoriale e la controversia non sostituisce l’esame di ciò che un testimone ha visto.

La scheda del giornalista Andrea Lucidi nel database Fake Observers di EPDE. Sotto il ritratto, la fotografia è esplicitamente attribuita al «Myrotvorets Research Center», con indicazione della licenza Creative Commons
La scheda del giornalista Andrea Lucidi nel database Fake Observers di EPDE. Sotto il ritratto, la fotografia è esplicitamente attribuita al «Myrotvorets Research Center», con indicazione della licenza Creative Commons

Anche le fotografie raccontano qualcosa del modo in cui vengono costruite queste schede. Nei profili del giornalista Andrea Lucidi (www.fakeobservers.org/fake-election-observers/details/_746.html) e di David Cacchione (https://www.fakeobservers.org/fake-election-observers/details/_811.html), del gruppo musicale romano Banda Bassotti, le immagini sono attribuite al Myrotvorets Research Center, il progetto che gestisce Myrotvorets. Il nome significa “pacificatore”, ma il sito ucraino è noto per un’attività ben diversa: raccoglie e pubblica nomi, fotografie e dati personali di persone che i suoi curatori accusano di attività ostili all’Ucraina. Tra queste figurano anche giornalisti finiti nell’archivio per aver ottenuto un accredito dalle autorità separatiste del Donbass.

Proprio la pubblicazione di quei dati ha suscitato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Nel ‘World Report 2017’ (https://www.hrw.org/world-report/2017/country-chapters/ukraine), Human Rights Watch descriveva come Myrotvorets avesse esposto giornalisti accreditati nel Donbass, accusandoli di collaborare con i terroristi. Il rapporto dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani relativo al periodo 16 maggio-15 agosto 2017 riferiva inoltre dell’apertura di un procedimento contro il sito, che aveva pubblicato dati personali di migliaia di persone. 

Il World Report 2017 di Human Rights Watch dedicato all’Ucraina: tra le criticità segnalate, l’esposizione dei dati personali di giornalisti sul sito Myrotvorets. Nell’immagine, l’allora presidente Petro Porošenko. Foto: Gleb Garanich/Reuters
Il World Report 2017 di Human Rights Watch dedicato all’Ucraina: tra le criticità segnalate, l’esposizione dei dati personali di giornalisti sul sito Myrotvorets. Nell’immagine, l’allora presidente Petro Porošenko. Foto: Gleb Garanich/Reuters

È proprio questo contesto a rendere significativa la provenienza dei ritratti: immagini accreditate a un archivio che segnala presunti nemici dell’Ucraina vengono utilizzate per presentare persone classificate come “falsi osservatori”. Il riferimento a Myrotvorets è dichiarato nelle schede di EPDE, insieme a una licenza Creative Commons che ne prevede il riutilizzo a determinate condizioni. Questo utilizzo non prova una collaborazione tra i due progetti, né chiarisce chi abbia scattato le immagini o ne possieda i diritti. La scelta editoriale resta però discutibile e merita la stessa attenzione che EPDE riserva alle relazioni e all’indipendenza degli osservatori.

La scheda di Pino Cabras, giornalista ed ex deputato, nel database Fake Observers di EPDE. Sotto il ritratto è indicata la fonte della fotografia: la Camera dei deputati
La scheda di Pino Cabras, giornalista ed ex deputato, nel database Fake Observers di EPDE. Sotto il ritratto è indicata la fonte della fotografia: la Camera dei deputati

Le fotografie presenti nel database di EPDE provengono anche da altre fonti. Per Pino Cabras (https://www.fakeobservers.org/fake-election-observers/details/_763.html), giornalista ed ex deputato, e Salvatore Caiata (https://www.fakeobservers.org/fake-election-observers/details/_994.html), deputato di Fratelli d’Italia, le schede utilizzano immagini della Camera dei deputati disponibili su Wikimedia Commons. Il ritratto di Stefano Valdegamberi (https://www.fakeobservers.org/fake-election-observers/details/valdegamberi-stefano.html), consigliere regionale del Veneto, è invece tratto da una fotografia pubblicata su Flickr dal monastero ortodosso russo della Trinità di San Sergio. Non tutte le fotografie pubblicate da EPDE provengono dunque da Myrotvorets.

L’attenzione con cui vengono costruite le schede conta ancora di più quando si leggono le iniziative che EPDE propone sulla loro base. Nel comunicato del 19 dicembre 2024 sulle elezioni georgiane (https://epde.org/?news=press-statement-the-return-of-the-western-colluders-fake-observers-at-the-georgian-parliamentary-elections-2024), la piattaforma invitava l’Unione Europea e gli Stati democratici a considerare sanzioni mirate e restrizioni sui visti per cittadini non UE coinvolti nelle missioni giudicate false. Chiedeva inoltre di rivedere cooperazione e finanziamenti alle organizzazioni che le promuovono e raccomandava a istituzioni, partiti e media di consultare il database. 

La lista viene quindi proposta per orientare decisioni che possono incidere sulla libertà di movimento, sulle attività e sulla reputazione delle persone censite. L’inserimento non comporta automaticamente una sanzione, ma accompagna una pressione pubblica perché vengano adottate misure restrittive.

Nel documento del 21 settembre (https://epde.org/?news=manufactured-legitimacy-fake-observers-at-russias-2026-state-duma-elections) scorso sulle elezioni della Duma, EPDE si spinge oltre, proponendo conseguenze professionali ed economiche per chi partecipi intenzionalmente alle missioni contestate, comprese possibili limitazioni ai viaggi, alle missioni internazionali e agli scambi accademici. Sono misure suggerite alle istituzioni, non provvedimenti già applicati. La finalità è però esplicita: scoraggiare la partecipazione facendo ricadere sugli osservatori un costo personale e professionale.

Quando si chiedono misure contro una persona, ogni accusa deve poggiare su fatti verificabili e responsabilità documentate. Una valutazione favorevole sulla regolarità del voto può essere superficiale, interessata o sbagliata. Per contestarla occorre dimostrarne gli errori; per proporre una penalizzazione serve un esame ulteriore delle condotte individuali. Le due cose non possono essere sovrapposte.

La stessa piattaforma riconosce che alcune informazioni restano difficili da accertare. Nel rapporto del 25 giugno, interpreta la nascita a Mosca dell’associazione internazionale di esperti politici ed elettorali, IAPEE, come una possibile organizzazione stabile delle reti già contestate. Precisa però che la partecipazione di un funzionario non prova l’autorizzazione della sua istituzione e che mandato e finanziamenti non sono sempre verificabili. 

Queste incertezze devono restare visibili anche quando la ricerca viene utilizzata per chiedere interventi. Partecipare a una missione, rappresentare un’istituzione e contribuire consapevolmente a una manipolazione sono circostanze differenti. Il linguaggio categorico delle schede rischia invece di farle apparire come aspetti di una responsabilità già accertata.

Il tema si intreccia con quello della libertà d’informazione in un’Europa che ha affidato il contrasto alla propaganda anche a restrizioni sulla diffusione dei media. Nel marzo del 2022, il Consiglio dell’Unione Europea (https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2022/03/02/eu-imposes-sanctions-on-state-owned-outlets-rtrussia-today-and-sputnik-s-broadcasting-in-the-eu/) annunciò la sospensione delle attività di diffusione di RT e Sputnik nell’UE o rivolte all’UE, motivandola con la necessità di contrastare la disinformazione e la manipolazione dell’informazione legate alla guerra. 

Le fonti esaminate non collegano quei provvedimenti al database di EPDE. La sospensione di un’emittente e la pubblicazione di una lista hanno natura ed effetti diversi. Il punto che le avvicina, sul piano politico, riguarda il trattamento delle voci considerate compromesse e lo spazio lasciato al pubblico per conoscerne le affermazioni, confrontarle e verificarle.

Una ricerca sulle relazioni e sugli interessi degli osservatori può arricchire il dibattito. Diventa problematica quando il discredito della persona prende il posto dell’esame delle sue parole o sostiene richieste di restrizioni senza prove sufficienti. L’orientamento politico di una fonte aiuta a comprenderne il racconto, ma non stabilisce in anticipo se ogni fatto riportato sia vero o falso. Anche una fonte schierata può documentare un evento trascurato da altre; anche una fonte autorevole può commettere un errore.

Durante una guerra, distinguere questi piani è particolarmente difficile e necessario. Governi, media e organizzazioni cercano di affermare la propria lettura degli eventi e indebolire quella avversaria. Il pubblico ha bisogno di conoscere le fonti, i loro interessi e le prove che presentano. Una classificazione preventiva rischia invece di indurlo a respingere una testimonianza prima ancora di averla esaminata.

L’osservazione elettorale partecipa a questa competizione per la credibilità. Le autorità ospitanti possono esibire i delegati stranieri come conferma della propria apertura e legittimità; contestarne l’indipendenza può ridurre il valore di quel riconoscimento. Per Mosca, come per altri governi, la presenza internazionale ha quindi un peso politico che supera il controllo delle procedure. Chi analizza il fenomeno ha il dovere di tenerne conto senza attribuire automaticamente a ogni partecipante le intenzioni delle autorità che lo hanno invitato.

Tra le pagine di Fake Observers si trovano informazioni che aiutano a ricostruire missioni e relazioni politiche. Ma passando dai documenti all’etichetta di “falso osservatore”, entra in gioco il giudizio di chi li ha raccolti. Il lettore dovrebbe poter riconoscere questo passaggio e capire quali fatti sostengano l’accusa; chi viene chiamato in causa dovrebbe poter rispondere anche nel merito di quella scelta, oltre a chiedere la correzione di eventuali errori.

Quando al giudizio sugli osservatori si aggiungono richieste di sanzioni, il dissenso può diventare un costo da pagare. E una democrazia che riconosce come indipendenti soltanto le voci che le danno ragione finisce per chiamare indipendenza ciò che somiglia sempre più all’obbedienza.

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