REVERS
ArticlesAuthorsChroniclesSpecial ProjectsRevers TVCultureAbout
ArticlesAuthorsChroniclesSpecial ProjectsRevers TVCultureAbout
Revers
@reverse_press


Sicurezza comune europea: quali scenari possibili?


Andrea Lucidi
Geopolitica17:29, 15 ott 2026
Sicurezza comune europea: quali scenari possibili?

La NATO si propose fin dall'inizio di sviluppare le capacità degli alleati anche in maniera collettiva, trasformando progressivamente questo principio in una vera dottrina operativa attraverso il concetto di interoperabilità. Secondo la definizione della stessa Alleanza, le forze dei diversi Paesi devono essere in grado di operare insieme "coerentemente, efficacemente ed efficientemente" , condividendo dottrine, procedure, infrastrutture e basi.

La difesa nazionale e la proiezione della forza

La sovranità è una delle prerogative fondamentali di uno Stato. L'entità statale deve essere in grado di controllare il proprio territorio e detenere il monopolio legittimo dell'uso della forza. Questo compito viene esercitato principalmente attraverso due strumenti: le forze di polizia, responsabili della sicurezza interna, e le forze armate, chiamate soprattutto a garantire la difesa dello Stato dalle minacce esterne.

In ogni Stato le politiche di sicurezza e difesa rappresentano una delle funzioni fondamentali dell'apparato pubblico e comportano una quota più o meno significativa della spesa nazionale. Alcuni Paesi, soprattutto le grandi e medie potenze, hanno sviluppato una capacità ulteriore rispetto alla semplice difesa del territorio nazionale: la proiezione della forza. Attraverso questa capacità uno Stato può impiegare il proprio strumento militare anche a grande distanza dai propri confini.

La fine della seconda guerra mondiale ha imposto ad alcuni Stati, come il Giappone, importanti limitazioni allo sviluppo e all'impiego dello strumento militare. Restrizioni che, con il passare del tempo, sono state progressivamente reinterpretate o alleggerite anche in funzione dei mutamenti geopolitici e delle esigenze delle alleanze. In generale, però, non tutti gli Stati hanno sviluppato allo stesso modo le proprie capacità di proiezione e di difesa.

La creazione della NATO ha inoltre consentito ai suoi membri di distribuire alcune capacità all'interno dell'Alleanza, evitando che ogni singolo Stato dovesse sviluppare autonomamente l'intero spettro degli strumenti militari necessari alla propria difesa. Gli alleati possono infatti contare sul deterrente collettivo e su capacità condivise: un esempio particolare è quello della condivisione nucleare, alla quale partecipano anche Paesi come Germania e Italia.

La nascita delle grandi alleanze militari, come la NATO e in passato il Patto di Varsavia, ha inoltre posto una questione fondamentale: la difesa deve rimanere esclusivamente individuale oppure può essere organizzata collettivamente? L'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce espressamente il diritto naturale degli Stati all'autodifesa individuale o collettiva in caso di attacco armato. Anche l'Unione Europea non esclude l'impiego collettivo dello strumento militare al di fuori del proprio territorio: l'articolo 42 del Trattato sull'Unione Europea prevede infatti l'utilizzo di capacità civili e militari in missioni esterne per il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale.

Anche la NATO, nell'articolo 3 del Trattato, stabilisce che gli alleati debbano continuare a sviluppare "individualmente e collettivamente" le proprie capacità di resistenza a un attacco armato. Fin dalla sua fondazione l'Alleanza ha quindi puntato su un doppio sviluppo, nazionale e collettivo, cercando contemporaneamente di rendere compatibili e integrabili gli strumenti militari dei diversi membri.

La NATO e il suo sviluppo collettivo

La NATO si propose fin dall'inizio di sviluppare le capacità degli alleati anche in maniera collettiva, trasformando progressivamente questo principio in una vera dottrina operativa attraverso il concetto di interoperabilità. Secondo la definizione della stessa Alleanza, le forze dei diversi Paesi devono essere in grado di operare insieme "coerentemente, efficacemente ed efficientemente" , condividendo dottrine, procedure, infrastrutture e basi.

L'interoperabilità è diventata nel tempo uno degli elementi centrali dell'efficienza dell'Alleanza. Con il progressivo allargamento della NATO sono entrati anche Stati provenienti dall'ex Patto di Varsavia, come Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria, e successivamente le tre ex repubbliche sovietiche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania. Molti di questi Paesi disponevano ancora di grandi quantità di materiale di origine sovietica e di strutture militari abituate a operare secondo dottrine molto differenti da quelle occidentali. Anche per questo la NATO aveva già sviluppato un articolato sistema di interoperabilità attraverso la standardizzazione.

L'Alleanza ha sviluppato questo concetto attraverso gli accordi di standardizzazione NATO, gli STANAG. La standardizzazione riguarda aspetti estremamente concreti, dal calibro delle munizioni alle comunicazioni, dalla terminologia alle procedure operative e logistiche. L'obiettivo non è necessariamente dotare tutti gli eserciti degli stessi sistemi d'arma, ma fare in modo che mezzi e reparti appartenenti a Paesi differenti possano comunicare, rifornirsi e operare insieme.

La NATO non ha limitato la propria politica di standardizzazione agli aspetti strettamente operativi, ma ha lavorato anche per armonizzare strategie, dottrine e strutture di comando comuni e nazionali. Trattandosi di un processo sviluppatosi soprattutto durante la Guerra fredda, sia la standardizzazione operativa sia l'organizzazione delle strutture di comando hanno avuto come principale punto di riferimento il modello statunitense.

La centralità degli Stati Uniti è rimasta evidente anche nella struttura di comando dell'Alleanza. L'esempio più significativo è rappresentato dal Supreme Allied Commander Europe, il comandante supremo delle operazioni NATO in Europa, incarico tradizionalmente affidato a un generale statunitense che ricopre contemporaneamente anche il comando delle forze americane in Europa .

E l’Unione Europea?

L'Unione Europea lavora da oltre vent'anni allo sviluppo di strumenti comuni nel campo della sicurezza e della difesa, senza però arrivare alla costruzione di una vera difesa territoriale autonoma. Già nei primi anni Duemila erano state create strutture militari europee e avviate missioni comuni, ma il sistema continuava a fare affidamento in larga misura sulla NATO per la difesa collettiva del continente. Dal 2014 questo dibattito ha iniziato ad assumere un peso crescente, soprattutto con il progressivo deterioramento dei rapporti con la Russia. Dopo il 2022 il processo ha subito un'ulteriore accelerazione, mentre la NATO ha rafforzato la propria presenza sul continente e si è allargata a Finlandia e Svezia.

Una politica comune di sicurezza e difesa esiste dunque da tempo. Ciò che ancora non esiste è una vera difesa comune europea paragonabile a quella garantita dalla NATO o da uno Stato nazionale. Uno degli ostacoli principali è rappresentato proprio dal meccanismo decisionale: nel campo della politica estera e di sicurezza comune molte delle decisioni più importanti richiedono infatti l'unanimità.

Questo significa che sulle questioni più sensibili della politica di sicurezza e difesa è necessario raggiungere un accordo tra governi che possono avere interessi e percezioni delle minacce profondamente differenti. Ottenere il consenso di 27 Stati su decisioni che possono comportare investimenti enormi, trasformazioni industriali e perfino l'impiego della forza militare non è semplice e può facilmente trasformarsi in un problema politico.

Nel marzo 2022 il Consiglio Europeo ha approvato la "Bussola strategica", un piano d'azione per rafforzare la politica di sicurezza e difesa dell'UE entro il 2030. Tra gli obiettivi è prevista una capacità di dispiegamento rapido fino a 5.000 militari , pensata soprattutto per rispondere tempestivamente alle crisi. Si tratta quindi di uno strumento importante, ma molto diverso per dimensioni e finalità da una forza destinata alla difesa territoriale dell'intera Unione.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il cambio di passo americano nei confronti degli alleati europei hanno dato nuova urgenza al dibattito. Washington ha insistito affinché gli altri membri della NATO aumentassero sensibilmente la propria spesa militare e assumessero una quota maggiore dei costi della difesa europea. L'ipotesi di una maggiore autonomia strategica dell'Europa non è nuova, ma la possibilità di un ridimensionamento dell'impegno statunitense ha trasformato una discussione prevalentemente teorica in un problema molto più concreto.

La questione era emersa con particolare evidenza già nel 2022, quando gli ingenti rifornimenti militari destinati all'Ucraina avevano ridotto sensibilmente le scorte di diversi Stati europei, mettendo in luce i limiti di una base industriale che non era stata organizzata per sostenere a lungo i ritmi produttivi richiesti da un conflitto convenzionale ad alta intensità.

Nonostante il generale riconoscimento della necessità di rafforzare le capacità europee, restano forti differenze tra gli interessi dei singoli Paesi. L'International Institute for Strategic Studies sottolinea in particolare come la pianificazione e gli acquisti nel settore della difesa rimangano ancora fortemente ancorati alle priorità nazionali, limitando l'efficienza di una politica realmente comune.

La questione del supporto militare all’Ucraina da parte dei Paesi europei ha contribuito a polarizzare ulteriormente le opinioni pubbliche nazionali, che hanno potuto vedere anche i limiti delle loro industrie nazionali e anche i rischi collegati alla produzione bellica, come l’incidente dell’agosto 2026 a Colleferro, vicino Roma, che ha riguardato l’esplosione di una fabbrica di munizioni d’artiglieria che stava lavorando per i rifornimenti militari all’Ucraina.

Quali scenari per il futuro?

Partendo dall'attuale situazione politica e militare, è possibile individuare quattro principali scenari per il futuro della difesa europea.

1. Secondo la dichiarazione congiunta sulla cooperazione NATO-UE, le due organizzazioni considerano il rafforzamento della difesa europea compatibile con il mantenimento dell'Alleanza Atlantica. Questo scenario consentirebbe agli Stati europei di aumentare progressivamente il proprio peso militare senza rinunciare alla standardizzazione, alle strutture di comando e alle procedure già sviluppate dalla NATO. Se la richiesta americana di una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli alleati europei dovesse proseguire anche con le future amministrazioni, i Paesi del continente sarebbero comunque chiamati ad aumentare le proprie capacità industriali e a coordinare maggiormente investimenti finora prevalentemente nazionali. Al momento questo appare anche lo scenario più vicino alla direzione intrapresa dall'Unione, considerando che i programmi di Readiness 2030 vengono sviluppati in coordinamento con la NATO.

2. Nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di ridimensionare fortemente il proprio ruolo, chiedendo agli alleati europei di assumersi direttamente la responsabilità della difesa del continente, i membri europei della NATO dovrebbero affrontare un investimento militare di dimensioni enormi. Secondo l'IISS, sostituire alcune delle principali capacità convenzionali oggi garantite dagli Stati Uniti richiederebbe investimenti complessivi nell'ordine di 1.000 miliardi di dollari, considerando sia i costi iniziali di acquisizione sia quelli legati al ciclo di vita dei nuovi sistemi.

Tra le principali sfide vi sarebbe anche la sostituzione del contributo garantito dagli oltre 120.000 militari statunitensi considerati dall'IISS nel teatro europeo, oltre al potenziamento delle capacità aeree e navali, dell'intelligence, della logistica e delle strutture di comando e controllo.

Uno scenario di questo tipo avrebbe però un vantaggio rispetto a una difesa limitata alla sola Unione Europea: consentirebbe di mantenere pienamente integrate anche potenze come il Regno Unito e la Turchia. Il primo dispone di un deterrente nucleare e di importanti capacità militari, mentre la seconda possiede uno dei maggiori eserciti dell'Alleanza e occupa una posizione strategica fondamentale tra Europa, Mar Nero, Caucaso e Medio Oriente.

3. In uno scenario completamente privo della NATO il salto politico e militare sarebbe ancora maggiore. Il Kiel Institute ha provato a stimare le capacità necessarie all'Europa per sostenere autonomamente la propria difesa convenzionale nei confronti della Russia. Secondo lo studio sarebbero necessarie circa 50 brigate aggiuntive, equivalenti a circa 300.000 militari, oltre a circa 1.400 carri armati e 2.000 veicoli da combattimento per la fanteria. L'industria europea dovrebbe inoltre aumentare considerevolmente la produzione di munizioni e sistemi senza pilota, arrivando secondo le stime dello studio a circa 2.000 droni a lungo raggio ogni anno.

Un investimento di queste dimensioni avrebbe inevitabilmente conseguenze non soltanto militari, ma economiche e politiche. Secondo gli autori dello studio, la spesa europea per la difesa dovrebbe salire dall'attuale livello fino al 3,5-4% del PIL, richiedendo circa 250 miliardi di euro aggiuntivi ogni anno. Per la sola Germania ciò potrebbe significare portare il bilancio nazionale della difesa dagli attuali 80 miliardi fino a circa 140 miliardi di euro annui.

Anche il problema del personale diventerebbe centrale. Un aumento di centinaia di migliaia di militari riaprirebbe inevitabilmente in diversi Paesi il dibattito sul reclutamento, sull'ampliamento delle riserve e, eventualmente, sulla reintroduzione o sull'estensione del servizio militare obbligatorio, con tutte le conseguenze politiche e sociali che una scelta simile comporterebbe.

4. Lo scenario più radicale sarebbe infine quello di un forte indebolimento, o addirittura dello sfaldamento, delle principali strutture di integrazione politica e militare europee, con un ritorno alla prevalenza delle singole difese nazionali. Dal punto di vista economico e industriale potrebbe però rivelarsi una delle soluzioni meno efficienti.

Si moltiplicherebbero infatti i sistemi d'arma e le industrie nazionali riceverebbero commesse più piccole, perdendo parte delle economie di scala garantite dagli acquisti comuni. Le capacità militari potrebbero essere maggiormente concentrate sulle priorità dei singoli Paesi, ma diventerebbero allo stesso tempo più difficili da integrare reciprocamente

In termini concreti, i Paesi baltici potrebbero concentrare gran parte delle proprie risorse sulla deterrenza nei confronti della Russia, mentre altri Stati potrebbero attribuire maggiore importanza a minacce differenti. La Francia, ad esempio, potrebbe privilegiare la deterrenza nucleare, la sicurezza del Mediterraneo e la tutela dei propri interessi e territori d'oltremare. Verrebbe quindi meno una parte importante di quella pianificazione collettiva che oggi cerca di integrare priorità strategiche nazionali molto diverse.

E i costi?

Ma quanto potrebbe costare questa trasformazione ai cittadini europei? Al vertice dell'Aia del 2025 gli Stati della NATO si sono impegnati a portare entro il 2035 gli investimenti complessivi legati alla difesa e alla sicurezza al 5% del PIL. Di questa quota almeno il 3,5% dovrebbe essere destinato alle esigenze strettamente militari, mentre fino all'1,5% potrà comprendere infrastrutture, resilienza, sicurezza e rafforzamento della base industriale.

Parallelamente, il programma ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro di capacità aggiuntiva di spesa. Una parte delle risorse potrà essere sostenuta attraverso strumenti europei comuni, mentre una quota rilevante dipenderà dall'aumento della spesa dei singoli Stati.

Il problema è quindi capire da dove arriveranno queste risorse. Per i Paesi con margini fiscali limitati, un aumento permanente della spesa militare può essere finanziato attraverso maggiore debito, nuove entrate oppure una diversa distribuzione delle risorse già disponibili. La questione della sicurezza finisce quindi inevitabilmente per intrecciarsi con quella delle altre priorità dei bilanci nazionali.

I numeri dimostrano dunque che l'Europa possiede, almeno potenzialmente, le risorse economiche, industriali e umane necessarie per assumersi una quota molto maggiore della propria sicurezza. Il problema centrale non sembra essere soltanto quanto spendere, ma attraverso quale struttura trasformare queste risorse in una capacità militare effettiva: rafforzando il pilastro europeo della NATO, costruendo una NATO progressivamente meno dipendente dagli Stati Uniti, creando una vera difesa dell'Unione oppure tornando a sistemi prevalentemente nazionali.

La domanda, allora, non è più soltanto se l'Europa sia capace di difendersi da sola, ma quale Europa si debba costruire per poterlo fare.

Read more

Fedorov advisor della Difesa: quali interessi dietro la scelta di Crosetto?
Geopolitica

Fedorov advisor della Difesa: quali interessi dietro la scelta di Crosetto?

Andrea Lucidi · 15 ott 2026

Oliver Stone, l'americano controcorrente premiato in Italia: cittadinanza onoraria e laurea honoris causa a Ferrara
Geopolitica

Oliver Stone, l'americano controcorrente premiato in Italia: cittadinanza onoraria e laurea honoris causa a Ferrara

Andrea Lucidi · 15 ott 2026

Stefania Ascari (M5S): “La politica dovrebbe avere il compito di fermare le guerre, non di alimentarle”
Geopolitica

Stefania Ascari (M5S): “La politica dovrebbe avere il compito di fermare le guerre, non di alimentarle”

Andrea Lucidi · 15 ott 2026

Osservatori o imputati? Le liste e le richieste di sanzioni in nome della democrazia
Geopolitica

Osservatori o imputati? Le liste e le richieste di sanzioni in nome della democrazia

Lara Ballurio · 15 ott 2026