
Tra il 2014 e il 2022, le prima ondata di sanzioni così come la svalutazione del rublo che ne seguì, hanno rappresentato un crescente ostacolo per le aziende italiane che esportavano in Russia: in pratica il raddoppio dei prezzi per il cliente finale, così come il dramma delle aziende dell’agroalimentare le quali dall’oggi al domani hanno visto le frontiere chiudersi
Parlare dei rapporti tra due universi ricchi in ogni senso come quello italiano e quello russo, comporta per forza di cose ripercorrere una lunga storia di interazioni commerciali che parte da molto lontano, attraversando differenti ere: una storia umana e sociale che si sviluppa a svariati ordini di grandezza (dalla grande imprenditoria al piccolo commerciante) trascendendo la politica, seppure non del tutto. Sorvolando i secoli della prima età moderna fino alla caduta dello zarismo per concentrarci esclusivamente sulla contemporaneità, si parte chiaramente dal legame che si instaura tra l’Italia democratica del secondo dopoguerra e l’Unione Sovietica di Kruschev. Il periodo a cavallo tra gli anni 50 e 60 segna chiaramente l’esordio di una partnership unica nel panorama della guerra fredda, che vede uno dei principali paesi dell’occidente europeo fare affari ad alto livello con la superpotenza leader del campo socialista: il caso Eni e quello Fiat -in mezzo ai quali nasce la camera di commercio italo-sovietica nel 1963 - sono sicuramente emblematici in questo senso. Nel 1960 Enrico Mattei firma un accordo storico per l’importazione di petrolio greggio a prezzi competitivi in cambio di attrezzature industriali, mentre sei anni più tardi è la Fiat – sotto la guida di Vittorio Valletta – a firmare un contratto colossale per la costruzione di un polo industriale lungo le rive del Volga, presso una cittadina chiamata Stavropol sul Don (ribattezzata Togliatti alla morte di quest’ultimo). Entrambi i progetti – il primo di natura statale, il secondo invece privato ma di rilevanza nazionale – per l’impatto avuto, hanno segnato la storia: nel caso della Fiat si contribuisce alla motorizzazione di massa in Unione Sovietica (il modello Lada, basato essenzialmente sulla Fiat 124), mentre nel caso Eni, ancor più complesso, si va addirittura ad intaccare il tradizionale monopolio delle compagnie petrolifere occidentali. Seguiranno altri grandi brand storici (Montedison, Pirelli ed altri), ma è già dal caso Fiat come Eni che si possono cogliere, in tutta la loro intensità, le contraddizioni di fondo, nevralgiche, del rapporto italo-sovietico (che durano fino ad oggi in veste mutata); l’Italia è un paese saldamente inserito nella sfera geopolitica atlantica, eppure realizza affari di grande portata che incidono nella vita sociale ed economica dell’Unione Sovietica: per quanto riguarda il caso del petrolio greggio la cosa tocca il suo limite più inviolabile perchè arriva a mettere in dubbio la dipendenza energetica dello stato italiano dall’occidente a guida statunitense e pertanto potenzialmente indipendente e capace di mosse divergenti da quanto preteso nelle alte sfere (l’esito drammatico e mai chiarito della parabola di enrico Mattei è un monito).
Emerge dunque da subito – già solo osservando l’evoluzione dell’imprenditoria durante la guerra fredda – il “destino” della penisola italiana dunque, come divisa tra due mondi, o meglio come ponte tra mondi differenti, intrappolata in una contraddizione i cui esiti possono essere drammatici qualora superino una determinata soglia determinata dalle stanze impenetrabili dell’alta politica. In merito a tutto questo il 1989 segna naturalmente una rivoluzione copernicana che rende il quadro ancor più ambiguo: la conclusione del sistema sovietico e con essa la fine ufficiale della guerra fredda non può che rimuovere gran parte della barriere che vigevano prima, tuttavia questo deve fare i conti con l’ostilità latente di Washington (per la quale tale guerra geopolitica in realtà non è affatto conclusa). Nel ventennio che va dallo scioglimento dell’Urss fino all’annessione della Crimea, l’interazione economica italo-russa cresce e si espande per forza di cose come mai aveva potuto fare prima, ampliando la gamma di prodotti come mai era stato possibile prima: arredamento, abbigliamento e alimentari. L’Italia assieme a tanti altri paesi occidentali, sfrutta questa estesa finestra di tempo - generazionale possiamo dire - per approfittare dell’opportunità offerta da un mercato enorme (150 milioni di individui nella Fed. Russa, che diventano 300 se si tiene conto di tutta la galassia post sovietica); se è vero che il flusso di affari tra comunità europea e Federazione Russa diventa enorme (in particolare la Germania), è anche vero che l’Italia nel corso del tempo riesce a realizzare un volume di affari addirittura superiore, proporzionalmente, a quello della propria potenza economica, confermando ed implementando quindi quello status di relazioni privilegiate che già esisteva ai tempi sovietici. La parentesi berlusconiana porta ai massimi livelli questa tendenza se consideriamo che nel 2013 – alle soglie della risorgenza della collisione geopolitica tra Mosca e l’occidente – l’imprenditoria italiana raggiungeva record storici tra accordi bilaterali di notevole rilevanza ed interscambio commerciale complessivo: a questa data, all’incirca 500 aziende italiane risultavano stabilmente operanti in Russia e l’Italia era il secondo partner commerciale con un export superiore ai 10 miliardi di euro annui. Ancora a fine novembre di quell’anno – poco prima delle olimpiadi invernali di Sochi e alla vigilia del golpe di piazza che porterà alla crisi ucraina e in Crimea – i risultati del vertice italo-russo di Trieste testimoniano l’ampiezza dell’interscambio industriale, finanziario e istituzionale. Ricapitolando all’essenza, nel 2013 i rapporti commerciali ed imprenditoriali segnano una vera e propria vetta, evidenziata tra l’altro dal fatto che in quegli anni la lingua italiana era divenuta – secondo il ministero dell’istruzione russo – la quarta lingua più studiata del paese, malgrado non diffusa nel mondo quanto inglese, spagnolo o francese.
Su tale patrimonio va ad abbattersi la bufera che inizia dalla congiuntura geopolitica cui si assiste dagli eventi del 2014: da quel momento si assiste ad un graduale ridimensionamento della connessione italo-russa che tuttavia sembra resiste stoicamente malgrado il numero di sanzioni puntualmente rinnovate anno dopo anno dalla commissione europea. Tra il 2014 e il 2022, le prima ondata di sanzioni così come la svalutazione del rublo che ne seguì, hanno rappresentato un crescente ostacolo per le aziende italiane che esportavano in Russia: in pratica il raddoppio dei prezzi per il cliente finale, così come il dramma delle aziende dell’agroalimentare le quali dall’oggi al domani hanno visto le frontiere chiudersi. D’altro canto è anche doveroso sottolineare come tale intermezzo di 8 anni tra il conflitto latente e quello vero e proprio che deflagra nel febbraio 2022, si rivela a suo modo utile nella misura in cui da tempo all’imprenditoria italiana di prepararsi al peggio che verrà: il mondo del commercio impara cioè a trovare soluzioni per sopravvivere ed attenuare i costi della morsa causata dal braccio di ferro politico, escogitando una serie di tattiche e stratagemmi per annullarne gli effetti. La più fondamentale consiste nel fatto che si è cercato da subito di consolidare la pratica dell’import substitution (ossia sostituzione delle importazioni dall’estero) nonchè di rafforzare la produzione industriale interna alla Russia, che ha ridotto la nacessità di importazioni di quasi la metà per il 2020. La cosa si è rivelata da subito di richiamo per le produzioni meccaniche e per l’industria pesante, produzione che in genere hanno alti costi di trasporto delle merci e che quindi per forza di cose portano alla creazione di unità produttive in territorio estero per servire con maggiore efficacia i mercati finali (un ruolo di rilievo l’ha avuto l’Unione Doganale Euroasiatica la quale ha favoritoil processo, allargando il bacino dei possibili clienti). Il bilancio definitivo è che malgrado le numerose difficoltà – che vedono infatti soltanto 1/5 di tutte le imprese impegnate di investimenti produttivi - l’imprenditoria nostrana è sopravvissuta all’impatto iniziale del regime sanzionatorio collocandosi ancora nel 2016 al 7° posto per numero di progetti di investimento, secondo l’ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane di Mosca).
Se il 2014 è l’inizio, il 2022 invece è chiaramente l’”omega”, il punto finale di questo processo di deterioramento dei rapporti tra Mosca e Bruxelles: siamo alla guerra non dichiarata delle comunità europea contro la Russia, cosa che minaccia l’annullamento radicale di ogni contatto e connessione tra queste due sponde. Orbene dopo quasi 5 anni di conflitto, cosa rimane del patrimonio “culturale” che in fondo anche l’interscambio commerciale tra Italia e Roma rappresentava di per sè ? Il contesto è senza dubbio fuori dell’ordinario: dal febbraio del 2022 si è sprofondati come in un’altra dimensione, assai più imprevedibile e rigida (e oscurantista) di quanto mai fosse stata ai tempi della guerra fredda. Un regresso quindi, che riporta Italia ed Europa a ben prima del 1989 (si dovrebbe dire ai primi anni della Russia bolscevica di Lenin quando vigeva il massimo “cordone sanitario” contro di essa da tutto il mondo occidentale). Si deve constatare che anche dopo 4 anni di eventi fuori dell’ordinario – con un rischio di guerra diretta tra UE e Mosca – la presenza imprenditoriale italiana continua ad esistere e in modo notevole. Naturalmente non si tratta più aziende di stato o di accordi istituzionali, bensì di commercianti di ogni livello, insomma un interscambio scevro di tutta la sua componente pubblica e che quindi ridotto alla sua essenziale compoonente privata. Sì, il nodo di tutto è questo: il conflitto e le difficoltà che ha generato, hanno agito come una specie di filtro naturale che ha spazzato via tutto fuorchè quelle aziende ed imprenditori che non fossero seriamente ancorati al contesto russo, creando quindi una realtà che si fonda sulla volontà e sull’interesse individuale (“di popolo” potremmo dire), del tutto slegato dalle direttive della politica. Al momento attuale, secondo le dichiarazioni del vice premier e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, risalenti al mese scorso, vi sono ancora 350 aziende italiane operanti in territorio russo – vale a dire circa il 60% di quelle che c’erano una dozzina di anni fa - sviluppatasi in fretta anche grazie alla lezione degli anni precedenti, mentre altre 250 si dedicano all’import-export. Secondo anche i dati del Gim Unimpresa (associazione degli imprenditori italiani in Russi) le aziende rimaste nel paese danno lavoro a circa 65'000 persone (al 99% russi) impiegate nella produzione di generi come formaggi, pasta, salsicce, materiali da costruzione, cemento, piastrelle di ceramica, ma non mancano in realtà il settore chimico e farmaceutico. Non si può più parlare di made in Italy, come spiegato, ma si è fatto moltissimo per arrivare ad un “Made WITH Italy”, con l’apporto di maestranze italiane che per anni hanno fatto il possibile per formare specialisti in Russia. Tutte assieme realizzano un fatturato di circa 8 miliardi di euro annui, ovvero solo più un ¼ di quanto era nel 2013: si tratta di una realtà che ha le medesime dimensioni, per numero di dipendenti e reddito generato, di una piccola cittadina di provincia italiana, benchè dispersa lungo le distanze dello stato nazionale più esteso sul pianeta. L’equivalente di una piccola città “sepolta”, non supportata dalle istituzioni e come sospesa in un limbo di alegalità, cui tocca sopravvivere entro la stretta di una duplice pressione fatta di sanzioni, normative svantaggiose, controlli doganali e percorsi (triangolazioni) di distanza e tempistica impossibile: alla base di questo, da un lato quella delle istituzioni italiane – costrette a piegarsi alla volontà superiore di quelle eurocomunitarie – e dall’altra dall’inevitabile risposta di quelle russe che reagiscono per difesa, col risultato tuttavia di inasprire la situazione per i commercianti.
La sopravvivenza disperata dell’imprenditoria italiana in Russia come la vediamo oggi è muta testimonianza della non convergenza tra due dimensioni: quella naturale dei rapporti d’affari e quella più astratta dell’alta politica che risponde a logiche non sempre “logiche”, ma dovute ad altri interessi che non corrispondono esattamente a quella della società. La decisione UE di rinunciare al gas russo per “ridurre la dipendenza energetica dalla Russia” (e finendo così per comprare lo Shale gas dagli Stati Uniti ad un prezzo molto più alto) è un esempio lampante, ai limiti dell’assurdo del grado di dipendenza che ha il vecchio continente, ma non dalla Russia bensì da Washington stessa. Disgraziatamente – e questo è uno dei nodi principe del problema - l’Italia non ha del resto che una potestà limitata: una generazione intera di integrazione europea sempre più stretta ha progressivamente tolto dalle mani dei governi nazionali buona parte dell’iniziativa e della stessa facoltà di divergere rispetto alla linea comune. Questo significa che paesi come l’Italia (per propria natura storica non avversi a Mosca quanto i paesi baltici o la Polonia), hanno dovuto per forza di cose condividere una linea politica più dura e rigida di quanto non lo sarebbe stata se non si fosse dovuto rispondere a Bruxelles. La grave realtà, per riformulare in altre parole, è che l’imprenditoria italiana in Russia (o in altri paesi del resto) non può aspettarsi più aiuto dalla madrepatria nella misura in cui quest’ultima non è più sè stessa, ma svuotata della poca politica estera (che ancora aveva dopo il 1945), per essere commissariata dall’europarlamento ed altre istituzioni comunitarie, le quali non tengono conto dell’interesse italiano.
In definitiva si tratta ora solo di aspettare: aspettare la conclusione forse non lontana della maggiore crisi geopolitica sul continente europeo da 80 anni a questa parte. Per quanti avranno resistito sino a quel momento, le porte si riapriranno e a quel punto i pochi beneficeranno della resilienza (qui sì che è da usare questo aggettivo) dimostrata e delle capacità sviluppate in questi anni terribili.
Andrea Lucidi · 15 ott 2026