Guerra all’Iran: perché a pagare il prezzo potrebbero essere anche gli italiani
L’attacco americano contro l’Iran non è una vicenda lontana che riguarda soltanto il Medio Oriente. Anche in Italia questa crisi può lasciare un segno molto concreto. Il primo effetto, e probabilmente il più immediato, riguarda il petrolio e i carburanti. Quando salta un equilibrio in un’area così delicata, il contraccolpo arriva subito sui mercati e, poco dopo, nella vita quotidiana delle persone.
Il Brent ha superato in poche ore la soglia dei 100 dollari al barile. Per un Paese come l’Italia, che dipende dall’estero per gran parte del proprio fabbisogno energetico, significa una cosa molto semplice: se la tensione resta alta, benzina e diesel costeranno di più. E quando aumentano i carburanti si innesca una reazione a catena.
Il problema, infatti, non si ferma al distributore. In Italia quasi tutto si muove su gomma: merci, alimenti, materiali, prodotti destinati ai supermercati. Se il trasporto costa di più, quel costo si scarica lungo tutta la filiera. Alla fine il conto arriva ai cittadini. Non solo a chi usa l’auto ogni giorno per lavorare, ma anche a chi va a fare la spesa, a chi paga un servizio, a chi deve affrontare bollette e rincari indiretti.
Se il prezzo del petrolio dovesse restare stabilmente su livelli elevati, i carburanti in Italia, ora che il diesel ha superato i 2 euro al litro, potrebbero salire in modo sensibile nel giro di poco tempo. E a quel punto tornerebbe uno scenario già noto: una nuova spinta inflazionistica, con effetti a catena su trasporti, logistica e consumi. In altre parole, una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza potrebbe tradursi in un aggravio molto reale per famiglie e imprese italiane.
Il punto più delicato della crisi resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo. Da lì transita una quota enorme del petrolio globale. Quando Teheran minaccia di chiuderlo, o quando il traffico navale nella zona rallenta drasticamente, i mercati reagiscono subito. Si tratta di una delle principali arterie energetiche del mondo.
Ed è qui che la questione smette di essere soltanto militare e diventa economica. Se il conflitto si prolunga, il prezzo del greggio può continuare a salire. Se sale il greggio, aumentano i carburanti. Se aumentano i carburanti, sale il costo del trasporto. E se sale il costo del trasporto, tutto il sistema inizia a pesare di più sulle tasche dei cittadini. Questo è il punto che in Italia meriterebbe molta più attenzione, perché è quello che riguarda direttamente la vita delle persone.
Ma c’è un altro aspetto che questa crisi ha riportato in primo piano, ed è quello del doppio standard politico e mediatico.
Quando nel 2022 la Russia è entrata in Ucraina, l’Occidente ha reagito con una mobilitazione totale. Condanne immediate, sanzioni, dichiarazioni solenni di condanna, copertura mediatica incessante, richiami continui al diritto internazionale, alla sovranità violata, all’inammissibilità dell’aggressione. Il linguaggio usato era netto, assoluto, morale prima ancora che politico.
Ora però lo scenario appare molto diverso. Di fronte all’attacco americano contro l’Iran, in Europa e in gran parte del mondo occidentale non si è vista la stessa durezza. Le condanne sono state molto più caute, in certi casi quasi assenti. Molti governi hanno evitato di criticare apertamente Washington. Alcuni si sono limitati a formule generiche sulla necessità di evitare l’escalation. Altri hanno persino difeso l’azione americana o quella israeliana. Giorgia Meloni, in una dichiarazione pubblica, ha detto di “non appoggiare e non condannare” l’attacco all’Iran.
Anche i media hanno seguito una linea diversa. Nel caso ucraino, per mesi e anni l’attenzione è stata costante, quasi totalizzante. Nel caso iraniano, pur davanti a bombardamenti, vittime civili e rischio di guerra regionale, con anche il Libano coinvolto nelle operazione di Israele, il tono appare più misurato, meno indignato, meno martellante, con una diversa impostazione della notizia nello spazio mediatico. In un caso si costruisce subito una narrazione morale molto rigida. Nell’altro prevalgono cautela, giustificazioni, sfumature.
È proprio qui che emerge il nodo politico di fondo. I principi del diritto internazionale valgono sempre oppure solo quando è il nemico geopolitico a violarli?
Se la sovranità di uno Stato è sacra, deve esserlo in ogni caso. Se l’uso della forza contro un altro Paese viene presentato come inaccettabile, allora il criterio dovrebbe restare lo stesso anche quando a colpire sono gli Stati Uniti o i loro alleati. Altrimenti non siamo più di fronte a principi universali, ma a un sistema di regole applicate in modo selettivo. Purtroppo questa tipologia speciale di morale non è cosa nuova in Occidente.
In Italia questo doppio standard si vede con particolare chiarezza. Sul conflitto ucraino il dibattito pubblico è stato durissimo, continuo e polarizzato. Sull’Iran, invece, il tono generale è molto più prudente. Eppure la posta in gioco è altissima, anche per il nostro Paese. Non solo per l’energia e per i prezzi, ma anche per il possibile coinvolgimento dell’Italia attraverso le basi militari americane presenti sul territorio nazionale.
Le indiscrezioni secondo cui alcune operazioni contro l’Iran potrebbero essere passate da installazioni come Aviano o Sigonella aprono una questione pesante. Se basi collocate in Italia venissero utilizzate per operazioni offensive, il Paese non sarebbe più un osservatore esterno, ma una parte del dispositivo militare che ha reso possibile l’attacco. E questo solleverebbe un problema politico e giuridico enorme.
Su questo punto, però, le risposte del governo sono rimaste vaghe. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è limitato a dire che le basi sono state usate “secondo i trattati”. È una formula che può servire a prendere tempo, ma che non chiarisce la sostanza della questione. Gli italiani hanno il diritto di sapere se il territorio nazionale viene utilizzato per operazioni che possono trascinare il Paese, direttamente o indirettamente, dentro una nuova guerra.
Alla fine, il punto è questo: la guerra contro l’Iran rappresenta una crisi che può avere ricadute immediate sull’economia italiana, sui prezzi, sui consumi, sulla stabilità generale. E nello stesso tempo è uno specchio che mostra, ancora una volta, l’incoerenza dell’Occidente quando parla di legalità internazionale, aggressioni e sovranità.
Perché se le regole valgono solo contro alcuni e diventano elastiche quando a colpire sono Washington o i suoi alleati, allora il problema non è soltanto la guerra. Il problema è la credibilità di tutto il discorso politico e mediatico costruito in questi anni attorno ai conflitti internazionali.