
La diplomazia non può intervenire soltanto quando le città sono state distrutte e migliaia di persone hanno perso la vita. Deve intervenire prima. Servono iniziative diplomatiche permanenti, negoziati multilaterali, mediazioni internazionali e un ruolo molto più forte delle Nazioni Unite.
La deputata del Movimento 5 Stelle interviene a Revers sul riarmo europeo, il mercato delle armi e il ruolo della diplomazia. Dalla spesa militare alle forniture verso Israele, Ascari chiede un cambio di priorità nella politica italiana ed europea.
Mentre il riarmo torna al centro del dibattito politico europeo, si riapre anche la discussione sul significato della sicurezza e sulle priorità che dovrebbero guidare le scelte dei governi. Una maggiore capacità militare può garantire la pace oppure rischia di alimentare nuove tensioni internazionali? E quali conseguenze possono avere gli investimenti nella difesa sulla sanità, sull'istruzione e sui servizi pubblici?
Ne abbiamo parlato con Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, che in questa intervista a Revers propone una riflessione sul rapporto tra sicurezza, disarmo e diplomazia, richiamando più volte l'articolo 11 della Costituzione italiana.

Negli ultimi anni il tema del riarmo è tornato con forza al centro del dibattito europeo. A suo giudizio, l'aumento delle spese militari può davvero garantire maggiore sicurezza ai cittadini europei oppure rischia di alimentare una nuova corsa agli armamenti?
Io credo che dobbiamo partire da un principio fondamentale, troppo spesso dimenticato, l'articolo 11 della nostra Costituzione stabilisce che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
I nostri padri e le nostre madri costituenti avevano conosciuto gli orrori della guerra, le città distrutte, le famiglie spezzate, milioni di morti. Per questo hanno scelto una parola precisa: ripudia. Non hanno scritto che l'Italia semplicemente non desidera la guerra. Hanno voluto affermare un principio che deve guidare le scelte del nostro Paese.
Oggi, invece, assistiamo a una progressiva normalizzazione della guerra. Ci viene raccontato che per garantire la pace dobbiamo produrre più armi, acquistare più missili e destinare risorse sempre maggiori agli apparati militari.
Ma continuare ad alimentare gli arsenali significa anche rischiare di alimentare i conflitti.
La sicurezza non si costruisce attraverso una corsa infinita agli armamenti. Si costruisce attraverso il rispetto del diritto internazionale, la cooperazione tra i popoli, la prevenzione dei conflitti e la diplomazia. L'Europa dovrebbe ricordare le ragioni per cui è nata, impedire che il nostro continente tornasse a essere devastato dalla guerra. Non possiamo trasformare il progetto europeo di pace in un progetto fondato sulla militarizzazione.
Dobbiamo avere il coraggio di interrompere questa logica, perché ogni risorsa destinata ad alimentare la corsa agli armamenti rappresenta anche una scelta sul futuro che vogliamo consegnare ai nostri figli e figlie.
I sostenitori del riarmo ritengono che una maggiore capacità militare sia indispensabile per garantire deterrenza e sicurezza. Quale alternativa concreta può proporre chi sostiene invece la necessità del disarmo e del rafforzamento della diplomazia?
L'alternativa è innanzitutto smettere di considerare la guerra uno strumento ordinario delle relazioni internazionali. Non possiamo continuare a parlare di pace mentre alimentiamo il commercio delle armi e contribuiamo a sostenere conflitti che provocano migliaia di vittime innocenti.
La prima scelta concreta deve essere quella di non alimentare le guerre attraverso l'invio di armamenti, soprattutto quando esiste il rischio che vengano utilizzati per colpire la popolazione civile o commettere gravi violazioni del diritto internazionale. Occorre rafforzare i divieti e i controlli sulle esportazioni di armi, interrompere i trasferimenti incompatibili con gli obblighi internazionali e promuovere accordi verificabili per la riduzione degli arsenali.
La diplomazia non può intervenire soltanto quando le città sono state distrutte e migliaia di persone hanno perso la vita. Deve intervenire prima. Servono iniziative diplomatiche permanenti, negoziati multilaterali, mediazioni internazionali e un ruolo molto più forte delle Nazioni Unite.
Bisogna investire nella cooperazione, nella prevenzione dei conflitti e nella tutela dei diritti umani. E soprattutto bisogna smettere di applicare il diritto internazionale in maniera selettiva, a seconda degli interessi economici e delle alleanze geopolitiche. Non possiamo invocare il rispetto della legalità internazionale soltanto quando ci conviene.
Il disarmo non significa rinunciare alla sicurezza. Significa costruire una sicurezza che non dipenda dalla continua produzione di strumenti di morte. Credo che il coraggio della politica si misuri anche dalla capacità di interrompere la spirale della violenza, non soltanto dalla disponibilità di nuovi armamenti.
L'aumento della spesa militare comporta inevitabilmente delle scelte nell'utilizzo delle risorse pubbliche. Esiste, secondo lei, il rischio che il riarmo avvenga a discapito della sanità, dell'istruzione, del welfare e degli investimenti sociali?
Assolutamente sì. Ed è una contraddizione che considero profondamente grave.
Stiamo parlando di un Paese nel quale milioni di cittadini incontrano difficoltà nell'accesso alle cure, le liste d'attesa sono interminabili, molte famiglie non riescono ad arrivare alla fine del mese e tanti giovani sono costretti a lasciare l'Italia per cercare opportunità lavorative. Eppure, quando si parla di aumentare le spese militari, sembra che le risorse si possano trovare senza difficoltà.
Quando invece chiediamo maggiori investimenti per gli ospedali, per le scuole, per le persone con disabilità, per le famiglie e per i lavoratori e lavoratrici, ci viene risposto che mancano i fondi. Questa è una questione di priorità politiche. Non possiamo accettare che si trovino miliardi per acquistare armamenti mentre si chiedono sacrifici ai cittadini e cittadine e si riducono o non si rafforzano adeguatamente i servizi essenziali.
Vorrei ricordare che la sicurezza non significa soltanto difendersi da una minaccia militare. Sicurezza significa poter ricevere una diagnosi in tempi adeguati, sapere che i propri figli potranno studiare, avere un lavoro dignitoso, una casa e un sistema di protezione sociale capace di sostenere chi si trova in difficoltà.
Un bambino che cresce in povertà, una donna che non riesce a ottenere protezione dalla violenza, un anziano che rinuncia alle cure sono persone alle quali lo Stato non sta garantendo pienamente la sicurezza. Ecco perché ritengo necessario opporsi a una politica che mette il riarmo al centro delle priorità europee. La vera sicurezza si costruisce investendo nella vita delle persone, non nella capacità di distruggerla.
I crescenti investimenti pubblici nel settore della difesa stanno rafforzando anche il peso economico e politico dell'industria degli armamenti. Quanto può incidere questo fattore sulle future scelte europee in materia di sicurezza e politica estera?
Questo è un tema centrale, perché dobbiamo interrogarci su chi tragga beneficio economico dall'aumento delle spese militari. La guerra produce morte, distruzione, sofferenza e povertà. Ma esiste anche un'industria che trae profitti dalla produzione e dalla vendita di armamenti.
Non possiamo ignorare questa contraddizione. Quando aumentano gli investimenti pubblici nel settore militare, aumenta anche il peso economico delle imprese che producono armamenti e, potenzialmente, la loro capacità di influenzare le scelte politiche.
È quindi indispensabile garantire che le decisioni in materia di sicurezza e politica estera siano sottratte a qualsiasi condizionamento improprio da parte degli interessi industriali. Non possiamo permettere che la pace diventi economicamente meno conveniente della guerra.
Le istituzioni devono rappresentare gli interessi dei cittadini e delle cittadine e tutelare la vita umana, non subordinare le proprie decisioni alle prospettive di profitto dell'industria bellica. Per questo ritengo necessario rafforzare i controlli parlamentari, la trasparenza sulle esportazioni e la verifica delle destinazioni finali degli armamenti. Dobbiamo anche promuovere seri programmi di riconversione industriale verso produzioni civili, garantendo occupazione e tutela dei lavoratori e lavoratrici.
Non si può chiedere a un lavoratore o a una lavoratrice di scegliere tra il proprio stipendio e la pace. È responsabilità della politica creare alternative economiche e industriali sostenibili. L'Europa dovrebbe investire maggiormente nella ricerca medica, nelle tecnologie ambientali, nella transizione energetica, nella protezione civile e nelle infrastrutture sociali.
Non voglio un'economia che abbia bisogno delle guerre per crescere. Voglio un'economia che produca benessere, diritti e opportunità senza alimentare la distruzione di altri popoli.
Lei ha dedicato grande attenzione alla situazione palestinese. Che cosa ci insegna questo conflitto sul rapporto tra commercio delle armi, responsabilità degli Stati, tutela della popolazione civile e rispetto del diritto internazionale?
La Palestina rappresenta una delle dimostrazioni più drammatiche delle conseguenze che possono derivare dall'incapacità della comunità internazionale di impedire gravi violazioni del diritto internazionale. Ho visitato personalmente i territori palestinesi e ho ascoltato testimonianze che non potrò mai dimenticare.
Ho incontrato persone che chiedono semplicemente di vivere libere, di crescere i propri figli senza paura, di non essere costrette ad abbandonare le proprie case. Dietro ogni bombardamento, dietro ogni edificio distrutto, dietro ogni bambino ucciso c'è una responsabilità che non possiamo ignorare.
E dobbiamo porci una domanda fondamentale, come possiamo dichiarare di voler fermare una guerra se continuiamo a fornire gli strumenti che possono essere utilizzati per alimentarla?
Gli Stati non possono considerarsi estranei alle conseguenze delle proprie esportazioni militari.
Esistono obblighi precisi derivanti dal diritto internazionale, dal Trattato sul commercio delle armi e, nel nostro Paese, dalla legge n. 185 del 1990. Quando sussistono i presupposti previsti da queste norme, i trasferimenti di armamenti devono essere vietati.
È necessario verificare con rigore ogni autorizzazione, ogni esportazione e ogni transito di materiali militari, impedendo che il nostro territorio venga utilizzato per operazioni contrarie agli obblighi internazionali.
Mi sono occupata delle segnalazioni riguardanti il passaggio di materiali potenzialmente destinati all'industria bellica israeliana attraverso i porti italiani, chiedendo verifiche sulle destinazioni finali e sulle responsabilità delle autorità competenti.
Non possiamo chiudere gli occhi davanti al rischio che materiali provenienti dal nostro Paese o transitati attraverso il nostro territorio possano contribuire a gravi violazioni dei diritti umani.
La protezione della popolazione civile deve venire prima degli interessi economici. E il diritto internazionale deve essere applicato senza eccezioni e senza doppi standard. Non possiamo difendere il diritto alla vita di alcuni bambini e dimenticarci di quello degli altri.
La vita di un bambino palestinese vale esattamente quanto quella di qualsiasi altro bambino del mondo. Per questo sostengo la necessità di interrompere le forniture militari verso Israele e di adottare tutte le misure consentite dal diritto internazionale per impedire che il commercio delle armi contribuisca alla commissione di gravi violazioni.
Non possiamo continuare a parlare di pace mentre permettiamo che la guerra venga alimentata. La pace richiede coerenza. E la coerenza significa avere il coraggio di assumere decisioni concrete anche quando queste contrastano con interessi economici e alleanze politiche.
Se l'Italia volesse assumere concretamente un ruolo nella promozione del disarmo e della risoluzione diplomatica dei conflitti, quali iniziative dovrebbe adottare? E quale contributo potrebbe offrire all'interno dell'Unione europea e delle organizzazioni internazionali?
L'Italia dovrebbe innanzitutto tornare a mettere al centro della propria politica estera l'articolo 11 della Costituzione. L'Italia ripudia la guerra. Non è uno slogan, non è una frase da ricordare soltanto durante le celebrazioni istituzionali. È un principio costituzionale che deve tradursi in scelte politiche concrete.
La prima scelta dovrebbe essere quella di non contribuire ad alimentare i conflitti attraverso forniture militari che rischiano di prolungare le ostilità o di essere utilizzate per commettere violazioni del diritto internazionale.
Occorre applicare rigorosamente i divieti previsti dalla legge n. 185 del 1990, rafforzare i controlli sulle esportazioni e sui transiti e promuovere, anche in sede europea, regole più rigorose e trasparenti sul commercio delle armi.
L'Italia dovrebbe farsi promotrice di iniziative diplomatiche per il cessate il fuoco, per la protezione della popolazione civile e per l'apertura di negoziati di pace.
Dovrebbe sostenere il rafforzamento delle Nazioni Unite, della giustizia internazionale e degli strumenti multilaterali di prevenzione dei conflitti. Dovrebbe inoltre promuovere accordi per la riduzione degli armamenti, sostenere il disarmo nucleare e investire maggiormente nella cooperazione internazionale.
Ma soprattutto dovrebbe avere il coraggio di portare all'interno dell'Unione europea una posizione chiara, la sicurezza europea non può essere costruita attraverso una corsa permanente agli armamenti. Abbiamo bisogno di un'Europa che torni a essere protagonista della diplomazia e della mediazione internazionale.
Un'Europa capace di promuovere il rispetto dei diritti umani e di opporsi alle violazioni del diritto internazionale indipendentemente da chi le commetta. Credo inoltre che sia necessario investire nell'educazione alla pace, a partire dalle scuole.
Dobbiamo insegnare alle nuove generazioni che la guerra non è inevitabile e che i conflitti possono essere affrontati attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e gli strumenti del diritto.
La nostra Costituzione è nata dalla Resistenza, dalla tragedia del fascismo e della Seconda guerra mondiale. I costituenti e le costituenti sapevano bene quali conseguenze producesse la scelta di affidare alle armi la soluzione delle controversie. Non possiamo dimenticare quella lezione.
La politica dovrebbe avere il compito di fermare le guerre, non di alimentarle. Ogni arma utilizzata contro la popolazione civile, ogni bambino ucciso, ogni famiglia costretta a fuggire dalla propria casa rappresenta una sconfitta dell'umanità.
Per questo credo che l'Italia debba scegliere con determinazione la strada del disarmo, della diplomazia e del rispetto del diritto internazionale. Non possiamo continuare a prepararci alla guerra e poi stupirci quando la guerra diventa realtà.
L'articolo 11 della Costituzione deve tornare a essere la bussola della nostra politica estera, non alimentare le guerre, lavorare per fermarle e costruire le condizioni per una pace giusta e duratura.